Propositi di inizio anno: quando il desiderio precede la comprensione del momento

I propositi di inizio anno vengono formulati in fretta, ma raramente pensati con calma. Questo testo esplora ciò che rivelano — e ciò che nascondono — quando li si osserva con maggiore attenzione. E se il lavoro vero iniziasse prima del proposito?

Mikel Zappala

1/2/20263 min leggere

a room with a bench
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C’è un momento, quasi rituale, in cui il calendario cambia e qualcosa dentro di noi si sente chiamato a decidere. Non sempre è entusiasmo. A volte è un disagio vago: la sensazione che qualcosa dovrebbe essere diverso, anche se non sappiamo bene cosa né perché proprio ora.

I propositi di inizio anno nascono spesso lì. Non come il risultato di una riflessione lunga, ma come una risposta rapida a una pressione diffusa: cominciare meglio, fare diversamente, non ripetere. La data funziona come un confine simbolico. Prima e dopo. Curiosamente, questo confine non chiarisce nulla di per sé, ma invita a formulare intenzioni.

Diciamo “quest’anno sì” con una miscela di speranza e stanchezza. Perché, se siamo onesti, molti di questi propositi li abbiamo già formulati altre volte. Cambiano le parole, non sempre il punto da cui nascono.

Il proposito come gesto, non come decisione

Un proposito non è ancora una decisione. È piuttosto un gesto iniziale: un modo per indicare qualcosa che chiede attenzione. Il problema nasce quando trattiamo quel gesto come se fosse sufficiente, o quando lo carichiamo di aspettative che non può sostenere.

“Cambierò lavoro”, “mi prenderò più cura di me”, “organizzerò meglio la mia vita”. Frasi chiare, anche ragionevoli. Ma spesso formulate senza fermarsi su una domanda preliminare: che cosa sta accadendo ora che rende questo cambiamento necessario?

Senza questa domanda, il proposito resta sospeso. Diventa una consegna che spinge dall’esterno, non un orientamento che ordina dall’interno. E allora, con il passare delle settimane, si dissolve o si trasforma in un’ulteriore fonte di autoesigenza.

Non è una questione di disciplina. È una questione di comprensione.

Tra desiderio e fuga

Molti propositi somigliano più a una fuga che a un desiderio. Non perché non siano legittimi, ma perché sono formulati contro qualcosa: contro la stanchezza, contro una sensazione di immobilità, contro una versione di sé che non convince più.

Questo spiega perché sono spesso generici. Nominare con precisione richiederebbe guardare direttamente ciò che crea disagio, e questo non è sempre facile né immediato. È più semplice proiettarsi in avanti che fermarsi a comprendere il presente.

Ma quando il proposito nasce solo come reazione, perde forza rapidamente. Non perché sia debole, ma perché non è ancorato a una lettura chiara della propria situazione. Cambiare senza sapere bene che cosa si sta sostenendo è spesso più faticoso che restare dove si è.

Il tempo non ricomincia da zero

Il cambio dell’anno suggerisce un’idea ingannevole: che qualcosa possa iniziare pulito, senza trascinarsi nulla dietro. Come se il passato venisse chiuso da una data. In realtà non funziona così. Arriviamo a gennaio con le stesse relazioni, gli stessi corpi, le stesse domande non risolte.

Questo non invalida il desiderio di cambiamento, ma invita a collocarlo meglio. Non si tratta di inaugurare una vita nuova, ma di proseguire una storia con maggiore consapevolezza. Il proposito, allora, non è rompere con ciò che c’era prima, ma rivedere il rapporto che abbiamo con esso.

A volte il vero movimento non consiste nell’aggiungere qualcosa — un’abitudine, un obiettivo, una meta — ma nel smettere di sostenere una tensione che non ha più senso. Raramente questo appare formulato come proposito, ma spesso è ciò che trasforma di più.

Dalla lista all’orientamento

Le liste di propositi hanno qualcosa di rassicurante. Ordinano, semplificano, danno una sensazione di controllo. Ma la vita non si muove per liste, bensì per orientamenti più profondi, meno espliciti.

Un orientamento non dice esattamente cosa fare domani. Dice piuttosto dove non si è più disposti a spingere. Dice quale tipo di rapporto con se stessi non si è più disposti a mantenere. È meno visibile, ma più stabile.

Pensare i propositi da qui cambia la domanda. Non “che cosa voglio ottenere quest’anno?”, ma “che cosa chiede di essere rivisto affinché il mio modo di vivere abbia più coerenza?”. Non è una domanda rapida. E non ha una sola risposta.

Quando non formulare un proposito è un passo avanti

Ci sono anni in cui non formulare grandi propositi è una forma di onestà. Anni in cui il compito non è progettare, ma comprendere. Anni in cui la priorità è sostenere, ordinare o semplicemente non forzare decisioni che non sono ancora mature.

Questo viene spesso vissuto come una mancanza, ma può essere il segno di un maggiore rispetto per i propri tempi. Non ogni cambiamento si annuncia con chiarezza. Alcuni prendono forma in silenzio, senza dichiarazioni interne.

Accettarlo richiede rinunciare a una certa epica dell’inizio. In cambio, offre un rapporto più sobrio con il processo.

Una domanda che resta aperta

Forse il senso dei propositi di inizio anno non sta nel realizzarli, ma nell’usarli come indizi. Come segnali imperfetti di qualcosa che chiede di essere pensato più a fondo.

La questione non è se quest’anno ci saranno cambiamenti, ma da dove si tenta di produrli. E questo non si decide il primo gennaio, ma nella qualità dell’attenzione che siamo disposti a mantenere sulla nostra vita.

Che cosa accadrebbe se, prima di formulare un proposito, ti concedessi di comprendere meglio la domanda da cui nasce?

Per continuare a riflettere

Se questo testo ha aperto una risonanza o un disagio riconoscibile, può essere un buon punto di partenza per una conversazione più calma. A volte pensare accompagnati non accelera le risposte, ma dà loro un luogo più preciso.